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Immagini fatte di luce

Unita Didattica 10 - Classe Quarta

L’immagine fotografica: il foro stenopeico

La fotografia, a livello ottico, si basa su uno semplice processo fisico che permette alla luce di creare una rappresentazione visiva su una superficie: la luce proveniente da un oggetto entra in uno spazio chiuso attraverso una piccola apertura e si proietta, ribaltata, su una superficie interna.

Questo fenomeno, osservato già da Aristotele, prende il nome di foro stenopeico.
Il foro stenopeico lascia passare una quantità limitata di luce. Quando la luce attraversa questo foro:

  • i raggi luminosi provenienti da ogni punto dell’oggetto entrano in linea retta
  • si incrociano nel foro
  • proiettano un’immagine capovolta sulla parete opposta

Questo principio è alla base della camera obscura, una scatola o stanza completamente buia con un piccolo foro su un lato. All’interno, su una superficie piana, si forma l’immagine capovolta di ciò che si trova in quel momento all’esterno.

Il fenomeno del foro stenopeico si basa sulla propagazione rettilinea della luce. Non ci sono ancora lenti o sensori: l’immagine si forma esclusivamente grazie alla geometria dei raggi luminosi.
A partire dal 1500, le camere obscure vennero perfezionate. Furono introdotte lenti davanti al foro per aumentare la quantità di luce e migliorare la nitidezza dell’immagine. Inoltre, vennero inseriti:

  • uno specchio inclinato, per ribaltare l’immagine
  • un vetro smerigliato sul lato superiore, per poterla osservare

In questo modo l’immagine diventava visibile dall’esterno, coprendo la luce ambientale con un telo. Questi strumenti furono utilizzati come supporto tecnico per il disegno dal vero.

Artisti come Canaletto o Johannes Vermeer ne hanno fatto uso.

Il foro stenopeico e la camera obscura rappresentano il punto di partenza di tutta la fotografia: ogni macchina fotografica moderna, anche digitale, utilizza gli stessi principi di base, ma con sistemi più evoluti per controllare la luce, la messa a fuoco e la qualità dell’immagine.

Principio del Foro stenopeico - Illustrazione dal libro El mundo fisico - 1882 

Schema di una Camera Obscura per il disegno

Antonio Canaletto - 1730 circa - Veduta del molo davanti al Palazzo del Doge a Venezia

Roy Boshi per Wikipedia - Una lastra fotografica in vetro

Ahmad Ali Karim per Wikipedia - Un telaio serigrafico viene inchiostrato

Sostanze fotosensibili

Oltre al principio ottico della formazione dell’immagine, il secondo elemento fondamentale della fotografia è il materiale in grado di registrarla. Questo ruolo, nella fotografia tradizionale, viene svolto dagli alogenuri d’argento, composti chimici fotosensibili.

Le sostanze fotosensibili sono materiali che reagiscono alla luce modificando le proprie caratteristiche chimiche o fisiche. Le principali reazioni che possono essere indotte sono:

  • annerimento: alcune sostanze si scuriscono progressivamente quando vengono esposte alla luce (come i sali d’argento nelle prime fotografie)
  • indurimento: altre sostanze, inizialmente morbide o solubili, diventano solide e resistenti nelle zone esposte

Questo comportamento permette di “registrare” un’immagine:

  • le parti esposte alla luce cambiano
  • le parti non esposte restano inalterate ed eventualmente possono essere rimosse

Gli effetti di queste reazioni dipendono dalla quantità di luce ricevuta, motivo per cui è necessario controllare il tempo di esposizione.

Le sostanze fotosensibili non si usano solo in fotografia, ma anche in altri ambiti, come ad esempio la preparazione dei telai per la stampa serigrafica.

I sensori digitali

Nella fotografia digitale, la cui diffusione al pubblico è iniziata alla fine degli anni '90, il principio di registrazione cambia invece radicalmente: al posto delle sostanze chimiche si utilizzano sensori elettronici in silicio. In questo caso la luce non provoca una trasformazione chimica, ma genera una carica elettrica attraverso l’effetto fotoelettrico, in modo analogo a quanto avviene nei pannelli fotovoltaici.

Kotaro Negawa per Wikipedia - Il sensore digitale di una fotocamera Canon 5D

Nascita della fotografia

La fotografia nasce quando al principio ottico della camera obscura si affianca un materiale in grado di registrare stabilmente l’immagine. Le sostanze fotosensibili erano già conosciute, ma non esisteva ancora un metodo efficace di fissaggio. Senza il fissaggio, infatti, la luce continua ad agire sulla sostanza fotosensibile, alterando progressivamente l’immagine. Le prime tecniche per ottenere immagini stabili si sviluppano nella prima metà dell’Ottocento.

Il primo risultato stabile è ottenuto da Nicéphore Niépce con l’eliografia. Il procedimento utilizza una lastra metallica ricoperta di bitume di Giudea, una sostanza che si indurisce quando viene colpita dalla luce. Dopo l’esposizione, le parti non indurite vengono rimosse con solventi, lasciando visibile l’immagine. Il limite principale è il tempo di esposizione, molto lungo, anche di diverse ore.

Pochi anni dopo, Louis Daguerre, socio di Niépce, sviluppa il dagherrotipo. In questo caso si utilizza una lastra di rame argentata, trattata con ioduro d’argento. Dopo l’esposizione, l’immagine viene sviluppata con vapori di mercurio e poi fissata chimicamente. Il risultato è un’immagine molto nitida e dettagliata, ma ogni lastra è un pezzo unico, non riproducibile. La dagherrotipia verrà presentata al pubblico nel 1839, diventando il primo procedimento fotografico ufficialmente riconosciuto.

Quasi nello stesso periodo, William Henry Fox Talbot introduce il calotipo. Il processo utilizza carta sensibilizzata con composti d’argento e si basa su un principio nuovo: l’immagine ottenuta è un negativo, da cui si possono ricavare più copie positive. Questo sistema rende la fotografia riproducibile, anche se con una qualità inferiore rispetto al dagherrotipo a causa della struttura fibrosa della carta.

Niépce - 1827 - Veduta dalla finestra a Le Gras - Eliografia

La più antica immagine fotografica giunta fino a noi.

Daguerre - 1837 - L'Atelier dell'artista - Dagherrotipo

Daguerre - 1837 - L'Atelier dell'artista - Dagherrotipo

Boulevard du Temple - dagherrotipo di Daguerre, 1838.
L’immagine mostra la prima persona visibile in una fotografia: un anonimo passante che si è fermato a farsi lucidare le scarpe. Riesci a vederlo?

Carro-laboratorio di Roger Fenton
Roger Fenton è considerato uno dei primi fotografi di guerra, avendo documentato la guerra di Crimea nel 1855. Per svolgere il suo lavoro, utilizzò un carro commerciale, modifcato e attrezzato come laboratorio fotografico mobile. All’interno poteva preparare e sviluppare le lastre direttamente sul campo.

Problemi tecnici e primi utilizzi

Le prime tecniche fotografiche devono affrontare due grandi problemi tecnici. 

Il primo è il tempo di esposizione. Le prime tecniche richiedevano tempi di posa molto lunghi, rendendo impossibile fotografare soggetti in movimento. Per questo motivo, le prime immagini rappresentano soprattutto architetture, paesaggi e ritratti di persone immobili. Molte delle innovazioni dei primi anni sono infatti volte a migliorare la sensibilità dei materiali fotosensibili.

Il secondo problema è la complessità del procedimento. Nei primi decenni, i processi fotografici presentavano numerosi limiti: le emulsioni non erano stabili e richiedevano di essere esposte e sviluppate poco dopo la loro preparazione. Con l’introduzione delle lastre di vetro, più precise rispetto alla carta, i negativi diventano anche più fragili e pesanti.

Questi fattori rendevano difficile lavorare in situazioni dinamiche e spesso i fotografi erano costretti a spostarsi con laboratori mobili per poter preparare e sviluppare le immagini direttamente sul posto.

L’introduzione di nuove tecniche e la diffusione della pellicola, anche grazie all’opera commerciale della Kodak, permettono progressivamente di ridurre questi limiti. La fotografia diventa così più pratica e veloce, favorendo la nascita di utilizzi più dinamici, come la fotografia documentaria e, successivamente, il fotogiornalismo.

I negativi fotografici

Come abbiamo visto, la prima tecnica fotografica, ovvero il dagherrotipo, non prevedeva un negativo, ma produceva un’immagine unica su una lastra di metallo.

Il calotipo introduce il concetto di negativo, utilizzando carta traslucida. Questo procedimento consente di ottenere più copie della stessa immagine, ma produce risultati meno nitidi a causa della struttura fibrosa della carta.

Successivamente si sviluppano tecniche basate su lastre fotografiche in vetro. Le lastre emulsionate, grazie alla superficie rigida, liscia e trasparente, permettono una maggiore precisione e qualità dell’immagine. Tuttavia, sono pesanti e fragili, rendendo difficile il trasporto e la conservazione.

Per superare questi limiti viene introdotta la pellicola fotografica, un supporto flessibile in materiale plastico ricoperto da emulsione fotosensibile. La pellicola consente di ridurre peso e ingombro, aumentare il numero di scatti disponibili e rendere la fotografia più pratica e accessibile, favorendo la diffusione di macchine portatili, come la Kodak n.1

Dal punto di vista dei materiali, le pellicole si evolvono nel tempo:

  • inizialmente in nitrocellulosa, molto infiammabile
  • successivamente in triacetato di cellulosa, più stabile
    infine in poliestere, utilizzato ancora oggi.

Attorno al 1930, infine, nasce anche la pellicola invertibile, che permette di ottenere direttamente un’immagine positiva su supporto trasparente, senza passare dal negativo e dalla stampa. Questo rende possibile la proiezione diretta dell’immagine, dando origine alla diapositiva come strumento per la visualizzazione fotografica.

Oggi la pellicola è utilizzata soprattutto in ambito artistico e specialistico, mentre l’uso quotidiano e professionale è stato in gran parte sostituito dalla fotografia digitale.

Un negativo su lastra fotografica di vetro emulsionata al collodio. Viene mostrata, sovrapponendola con uno sfondo scuro, l'inversione tra negativo e positivo. Roy Boshi per Wikipedia.

Pellicola fotografia in formato 35mm.
Miki Yoshihito per Flickr. 

Confezione di una pellicola invertibile della Ferrania, risalente al 1957. Marc Ryckaer di per Wikipedia

Una diapositiva montata su telaio, per la visione su proiettore. Magica per Wikipedia. 

Formati fotografici

Con l’evoluzione dei supporti si sviluppano diversi formati fotografici, cioè dimensioni del negativo che influenzano direttamente la qualità dell’immagine.

I principali sono:

  • Grande formato (dal 10×12 cm in su) Offre altissima qualità e grande quantità di dettaglio, ma richiede attrezzature ingombranti. È tutt’oggi utilizzato con macchine a banco ottico in ambito professionale, soprattutto per fotografia di studio e architettura
  • Medio formato (4,5×6 cm / 6×6 cm / 6×9 cm) Ha avuto il suo periodo di massima diffusione tra gli anni ’30 e ’70 del Novecento, grazie a macchine come Rolleiflex e Hasselblad. Offre un buon equilibrio tra qualità e praticità ed è ancora utilizzato soprattutto in ambito artistico.
  • Piccolo formato (35 mm) (24×36 mm) È il formato dei rullini fotografici commerciali (formato 135). Ha qualità inferiore rispetto ai formati più grandi, ma offre al contempo grande praticità e maneggevolezza. È il formato principe per la fotografia amatoriale e il fotoreportage

Hans Rosemond - Confronto tra formati per il sito Fstoppers - https://fstoppers.com/

Celebrating the Negative - John Loengard - 1994
Il fotografo di LIFE John Loengard mostra il negativo in grande formato (8x10 pollici) dell'iconico Pepper No. 30 scattato da Edward Weston nel 1930.
Weston utilizzava una fotocamera di grande formato ottenendo negativi delle stesse dimensioni della stampa finale, per creare stampe a contatto ricchissime di dettagli e toni.

Ingranditore fotografico degli anni 50 - Museo della scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci - Milano - https://www.museoscienza.org/

La stampa fotografica

Il primo procedimento fotografico, il dagherrotipo, produce un’immagine unica direttamente su una lastra metallica e non prevede quindi una vera stampa.

Con l’introduzione del negativo, nasce la necessità di trasferire l’immagine su carta. Le prime soluzioni sono le carte salate, che rappresentano il primo sistema per ottenere più copie a partire da un unico negativo.

In questa fase iniziale, la stampa avviene per contatto: il negativo viene appoggiato direttamente sulla carta fotosensibile ed esposto alla luce. Questo metodo garantisce una buona fedeltà, ma vincola la dimensione della stampa a quella del negativo.

A partire dalla seconda metà dell’Ottocento si diffonde l’uso dell’ingranditore fotografico, uno strumento che permette di proiettare l’immagine del negativo su carta fotosensibile. Dal punto di vista tecnico, l’ingranditore utilizza:

  • una sorgente luminosa (inizialmente solare, poi artificiale)
  • un sistema di lenti
  • un supporto per il negativo

L’ingranditore permette di variare la dimensione della stampa, semplicemente modificando la distanza tra negativo e piano di stampa e regolando la messa a fuoco.

Il processo di stampa fotografica avviene nelle camere oscure, ambienti bui o illuminati con luce di sicurezza (generalmente rossa), a cui alcune emulsioni non sono sensibili. Dopo l’esposizione, la carta deve essere sviluppata, fissata e lavata per rendere stabile l’immagine.

Dal punto di vista tecnico, la qualità della stampa dipende da diversi fattori:

  • esposizione (intensità e durata della luce)
  • sviluppo chimico (tempo, temperatura, diluizione dei reagenti)
  • interventi manuali di fotoritocco, come mascherature e schermature durante la stampa

Gli attuali software di fotoritocco utilizzano strumenti e procedure che, in parte, derivano dai procedimenti di sviluppo fotografico tradizionali.

 

Lo sviluppo fotografico in camera oscura - Inkaroad per Wikipedia

Evoluzione delle tecniche di stampa 

Nel tempo si sviluppano diverse tecniche di stampa, basate su materiali e reazioni chimiche differenti.

   

Dagherrotipo e Ferrotipo
Registrano l'immagine direttamente su una lastra metallica (rame argentato per il dagherrotipo, ferro laccato per il ferrotipo). Non utilizzano un procedimento negativo/positivo tradizionale e creano immagini in un unico esemplare.

Ferrotipia di fine 1800 - anonimo

Carta salata
Basata su cloruro d’argento applicato direttamente sulle fibre della carta. L’immagine si forma per annerimento diretto alla luce del sole e presenta un contrasto morbido con una definizione limitata dalle fibre del supporto.

Hill & Adamson - Edinburgh Ale - 1844 - Carta Salata

 

Albumina
Utilizza un'emulsione a base di albume d'uovo e sali d'argento che crea una superficie lucida, migliorando la nitidezza e la resa dei dettagli. Tende a ingiallire e virare al marrone nel tempo. È il processo positivo più diffuso nella seconda metà dell’Ottocento.

Felice Beato - Veduta dall'album China - 1858-1864 - stampa all'albumina - conservata presso l'Università di Edimburgo

Cianotipia
Basata su sali di ferro (non d'argento), produce immagini dal caratteristico colore blu di Prussia. È una tecnica semplice, economica e molto stabile nel tempo, usata ampiamente anche in ambito tecnico per la riproduzione di disegni strutturali (blueprint o cianografie).

Anonimo - Asfaltatura di un viale in California - Cianotipia - 1899 - Conservata presso US National Archive and Records Administration

 

 Gomma bicromata
Utilizza una miscela di gomma arabica, bicromato di potassio e pigmenti che si indurisce alla luce. Permette interventi pittorici e manuali durante lo sviluppo in acqua, offrendo ai fotografi pittorialisti un elevato controllo espressivo.

Edward Steichen - Il pensatore (Rodin) - 1902 - Stampa alla gomma bicromata - Google Art Project

Fotoincisione (photogravure)
Tecnica fotomeccanica che trasferisce un'immagine fotografica su una lastra metallica (solitamente rame) tramite incisione all'acido.
La lastra viene poi inchiostrata e stampata tramite un torchio calcografico, unendo la precisione fotografica alla qualità dell'inchiostro da stampa.

Ritratto di Thomas Henry Huxley - Mayall - Photogravure - 1893 - Wellcome Library

Stampa al carbone e platinotipia
Utilizzano pigmenti stabili (carbone) o metalli nobili (platino/palladio) al posto dell’argento. Offrono eccezionale durabilità nel tempo e un'ampia gamma tonale, ma richiedono procedimenti complessi e materiali costosi.

Julia Margaret Cameron - Call I Follow I Follow Let Me Die - 1897 - Mary Ann Hillier - Stampa al carbone

Carte alla gelatina ai sali d’argento
Introducono emulsioni di gelatina animale contenenti alogenuri d'argento, molto più sensibili alla luce. Richiedono lo sviluppo chimico dopo l'esposizione, consentendo tempi rapidi e una straordinaria resa tonale; diventano lo standard della fotografia del Novecento.

Tuffatori nell'East River - Arthur Leipzig - 1948 - Stampa alla gelatina ai sali d'argento

Carte moderne
Supporti industriali progettati per la massima stabilità e velocità di lavorazione:

  • Baritate (Fiber Based): Presentano uno strato di solfato di bario sotto l'emulsione per isolare la carta e garantire massima resa tonale e conservazione d'archivio.
  • Politinate (Resin Coated): Rivestite con strati di polietilene plastico che impediscono ai liquidi chimici di penetrare nelle fibre della carta, riducendo drasticamente i tempi di lavaggio e asciugatura.

Moderne stampe su carta resin coated Ilford - Ilford Photo Canada

La fotografia a colori

Le prime fotografie erano in bianco e nero. Per ottenere immagini a colori, inizialmente si interveniva manualmente, colorando le fotografie a mano.

Successivamente si sviluppano tecniche basate sulla scomposizione della luce nei colori fondamentali.
Uno dei primi esempi è il procedimento Autochrome, che utilizza microscopici granuli di fecola di patate colorati come filtri. Questi granuli selezionano la luce prima che raggiunga la superficie fotosensibile, permettendo di registrare informazioni cromatiche

Con l’evoluzione tecnologica vengono sviluppate pellicole a colori più avanzate, basate su più strati fotosensibili, ciascuno sensibile a una diversa componente della luce (RGB)

Il loro funzionamento tecnico è più complesso rispetto al bianco e nero:

  • la luce attraversa filtri e strati sensibili diversi
  • ogni strato registra una differente componente cromatica della luce (RGB)
  • durante lo sviluppo, queste informazioni vengono ricombinate formando l’immagine finale

Le immagini a colori sono più complesse da sviluppare rispetto a quelle in bianco e nero, perché richiedono il controllo di più strati fotosensibili e reazioni chimiche differenti. Tuttavia, la maggiore verosimiglianza con il reale le rende molto diffuse, soprattutto in ambito quotidiano e familiare.

In ambito artistico, la fotografia a colori viene inizialmente considerata meno adatta rispetto al bianco e nero, fino a che, a partire dagli anni ’70, autori come Stephen Shore e William Eggleston contribuiscono alla sua diffusione anche all’interno dei musei e nel sistema dell’arte.

Felice Beato - Samurai Satsuma - albumina colorata a mano - 1860 circa

Anonimo - 1968 - Illustrazione tratta da un manuale della Eastman sulle pellicole a colori - Eastman Kodak Company

Anonimo - 1968 - Illustrazione tratta da un manuale della Eastman sulle pellicole a colori - Eastman Kodak Company

Un moderno banco ottico - veduta sul soffietto e i possibili movimenti, e il dettaglio del vetro smerigliato. Immagini tratte dal blog del fotografo Giulio Speranza -  https://www.giuliosperanza.com/  

Chassis per banco ottico - foto di Lefranq per Wikipedia

I banchi ottici

Le prime macchine fotografiche derivano direttamente dalla camera obscura e assumono la forma della camera a banco ottico.

I primi modelli erano realizzati in legno, con una struttura semplice e stabile.
Le versioni moderne, ancora utilizzate in ambito professionale per la fotografia a grande formato, impiegano invece corpi in metallo e componenti di alta precisione, pur mantenendo lo stesso principio meccanico.

La struttura di un banco ottico moderno è composta da:

  • un corpo con soffietto
  • un obiettivo
  • un supporto a tenuta di luce, che contiene il negativo, chiamato chassis
  • un vetro smerigliato, utilizzato per l’inquadratura e la messa a fuoco

Il funzionamento di un banco ottico avviene attraverso alcune fasi:

  • si posiziona la macchina, si apre l’otturatore e l’immagine appare, capovolta, sul vetro smerigliato. Per osservare correttamente l’immagine si utilizza un panno scuro, che protegge da riflessi di luce esterni
  • si definisce l’inquadratura e si procede alla messa a fuoco
  • tramite un esposimetro esterno, oppure utilizzando tabelle di riferimento, si regolano i parametri di esposizione (tempo e apertura del diaframma)
  • si chiude l’otturatore, si inserisce lo chassis al posto del vetro smerigliato e si apre lo sportello che scopre il materiale fotosensibile
  • si esegue lo scatto e si richiude lo chassis

Queste macchine permettono un controllo molto preciso dell’immagine. In particolare, consentono una gestione avanzata della messa a fuoco e delle linee prospettiche, che possono essere corrette tramite i movimenti del soffietto e dei supporti mobili dell’obiettivo e del piano focale, definiti basculaggio (inclinazione) e shift (traslazione).

I banchi ottici, sebbene siano ingombranti e richiedano l’uso del treppiede, trovano ancora applicazione nei contesti che richiedono alta qualità e precisione, come la fotografia di architettura e quella da studio.

La Kodak e la nascita della fotografia di massa

Una svolta decisiva avviene con la nascita delle macchine portatili prodotte dalla Kodak alla fine dell’Ottocento. La Kodak n.1 introduce un nuovo approccio tecnico e commerciale:

la macchina è di dimensioni moderate, adatta ad essere tenuta in mano

viene venduta già caricata con pellicola

permette di effettuare un numero limitato di scatti (circa 100)

una volta terminata, la macchina viene restituita all’azienda Da questo momento il processo è gestito interamente dal produttore, che si occupa di:

sviluppare le immagini e stamparle

ricaricare la pellicola

restituire la macchina pronta all’uso assieme alle stampe.

Questo modello è riassunto nello slogan: “You press the button, we do the rest”

Grazie a questo sistema l’utente può fotografare anche senza conoscenze approfondite di sviluppo chimico ed esposizione. Il risultato è la diffusione della fotografia tra il grande pubblico. La fotografia non è più una pratica riservata a una stretta cerchia di tecnici, ma diventa un gesto semplice e accessibile a tutti.

Rick Soloway per Flickr - Kodak n 1

La storica pubblicità della Kodak Camera 

Una fotocamera a cassetta

Una fotocamera compatta a pellicola, con mirino galileiano, 

Le macchine compatte e il mirino galileiano

Con la diffusione della fotografia di massa avviata dalla Kodak si sviluppano macchine sempre più semplici e portatili, pensate per un utilizzo rapido e accessibile. Le prime versioni, dette macchine a cassetta, erano caratterizzate da una struttura molto semplice, con corpo chiuso e comandi ridotti al minimo.

Da queste derivano le successive macchine compatte, dotate di una lente ottica fissa e caratterizzate da dimensioni ridotte e funzionamento semplificato.

Per inquadrare queste macchine utilizzano un mirino galileiano, cioè un sistema ottico separato dall’obiettivo. Il fotografo osserva la scena attraverso questo mirino, mentre l’immagine viene registrata dalla lente principale. Questo comporta una differenza tra ciò che si vede e ciò che viene effettivamente fotografato, che si accentua in particolare alle brevi distanze. Questo fenomeno è chiamato errore di parallasse.

Le macchine compatte rappresentano un compromesso tra semplicità e controllo: rendono la fotografia accessibile, ma limitano la precisione e la possibilità di intervento sull’immagine.
Sono generalmente destinate al piccolo formato, anche se esistono modelli per il medio formato.

Le macchine reflex

Le macchine reflex rappresentano un equilibrio tra portabilità e controllo dell’immagine. Consentono la gestione dei parametri di esposizione e della messa a fuoco, diventando il riferimento per la fotografia professionale e per il fotogiornalismo del Novecento.

Le reflex SLR (Single Lens Reflex) introducono un sistema a specchio che permette di vedere attraverso l’obiettivo:

la luce entra nell’obiettivo

viene riflessa da uno specchio verso un vetro smerigliato, visibile da un mirino

al momento dello scatto, lo specchio si solleva e la luce raggiunge la pellicola o il sensore

In questi modelli, a differenza delle macchine compatte, l’obiettivo è quasi sempre intercambiabile, consentendo di utilizzare ottiche diverse, a seconda dell’effetto desiderato.

Accanto alle SLR si sviluppano anche le TLR (Twin Lens Reflex), dette anche biottiche, diffuse soprattutto nel medio formato. Sono dotate di due obiettivi:

uno per l’inquadratura e la messa a fuoco

uno per la ripresa

Le reflex esistono sia per il piccolo che per il medio formato.

Nella maggior parte dei modelli è presente un sistema ottico chiamato pentaprisma, che raddrizza l’immagine e la invia al mirino.

In alcune macchine di medio formato, invece, il mirino può anche essere a pozzetto, posizionato sulla parte superiore della macchina e privo di pentaprisma.In questo caso l’immagine viene osservata direttamente sul vetro smerigliato e risulta quindi capovolta lateralmente.

Una classica reflex con pentaprimsa

Una reflex biottica a medio formato , con mirino a pozzetto.

Una fotocamera digitale compatta

Un moderno smartphone utilizzato come fotocamera - Baozhong Junior High School - 2014

Sviluppo elettronico e digitale

Con lo sviluppo dell’elettronica, le macchine fotografiche introducono progressivamente sistemi automatici di gestione dei parametri, in particolare autofocus ed esposimetri interni.

Negli anni ’70 inizia progressivamente l’introduzione dei sensori digitali. Questi dispositivi, basati su materiali come il silicio, trasformano la luce in un segnale elettronico attraverso l’effetto fotoelettrico. Il segnale viene poi elaborato da un software e convertito in una griglia di pixel, formando un’immagine digitale.

A partire dagli anni ’90, le fotocamere digitali si diffondono rapidamente in quasi tutti gli ambiti d’utilizzo della fotografia, sostituendo di fatto la pellicola.

  • Le principali tipologie di macchine digitali sono:
  • reflex digitali (DSLR)
  • mirrorless, dotate di mirini con micro-display a LCD
  • compatte digitali
  • dorsi digitali per medio e grande formato

L’evoluzione tecnologica porta anche alla miniaturizzazione dei dispositivi, fino all’integrazione delle fotocamere negli smartphone.

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